In esclusiva per l’evento LCS Natale di Libri – Book Event ho intervistato Susanna Hawkwood, autrice del romanzo “Il canto della raganella”.
Ciao Susanna e benvenuta su My Bookcrossing Life.

Ciao Susanna e benvenuta su My Bookcrossing Life!
Ciao, grazie per l’opportunità!
La prima domanda è di rito. Parlaci un po’ di te, cosa fai nella vita, oltre a scrivere?
Uh, scrivo. Cioè, sono editor e coach per autori freelance, ma siccome sono un disastro totale nel pubblicizzarmi e trovare clienti, lavoro come ghostwriter per una grossa piattaforma editoriale. Paga da terzo mondo, ma ai clienti almeno ci pensano loro. Poi, mah, tante cose, che appaiono nei romanzi a sprazzi. Come diceva sempre la signora Fletcher: “Scrivete sempre di ciò che conoscete”, almeno non vi fate figuracce, aggiungo io. O non dovreste.
Parliamo subito del tuo romanzo, quello con cui partecipi all’evento Un Natale di libri, organizzato da LCS – Ufficio Stampa: “Il canto della raganella”. Quali sono state le scene più difficili da scrivere? Perché?
Mah, difficili le scene no, più che altro l’ho scritto di corsa per ragioni troppo lunghe e dolorose da spiegare qui, è uscito in ritardo e con errori, magari di battitura o punteggiatura che non ho fatto in tempo a rivedere. Poi, in seguito, ho correggiucchiato, ma non mi meraviglierei se se ne trovassero ancora.
Ho lasciato che la storia si scrivesse da sé, per il resto, anche quando la difficoltà era riuscire a rendere determinati argomenti molto delicati come la vita e l’oltrevita, per esempio, in modo leggero. Volevo che la Raganella, che di per sé sarebbe un libro in cui il lutto si alterna alla nuova vita, fosse divertente, anche se con scene più amare o più profonde.
Adoro vedere la gente ridere o commuoversi quando legge i miei libri, e soprattutto vorrei sempre lasciare delle nozioni, che si possano imparare delle cose, leggendoli, insomma.
Sempre ridendo.
A quale dei tuoi personaggi ti senti più legata? Perché?
A Eva, naturalmente. Lei è il mio alter ego, infatti è un metro e settantadue esattamente come me. E, niente, di solito a questo punto la gente ride. Non ho mai capito perché.
Però, ammetto che una parte di me sia Lily, sì, soprattutto la… ehmm… statura.
Comunque, attraverso le esperienze di Eva racconto la mia vita di dislessica che lavora nell’editoria. “Il Dono” è molto autobiografico, anche se trasformato in fantasy (per quanto, come sai, la definizione non mi convinca).
Se dovessi descrivere i protagonisti del tuo romanzo con tre aggettivi ciascuno, quali sarebbero? Parlaci anche un po’ di loro.
Eva: dislessica, razionale (almeno ci prova), beh, non so, aggettivo non mi viene molto.
In ogni sua esperienza si percepisce la cosiddetta “ferita dei non amati”, la mancanza di una famiglia e il dolore, inconscio fino a trentadue anni, della perdita della sua gemella, di cui non conosceva l’esistenza.
Franco: secchione, alternativo, molto ironico e autoironico. Amico di Eva da un sacco di tempo, anche se è così bohemien, gioca a fare il drammatico, ma non ci crede neanche lui, adora il suo cane Champagne, detto Grignolino, ma anche lui non è così diverso da Eva, anche lui è in qualche modo orfano, rifiutato dalla famiglia, felice perché ne ha creata una alternativa con il cane, Eva e la zia Greta.
Vehar: beh, lui è Vehar. La Fata Lupo a guida della Valdombra. Bellissimo, inquietante per quel suo aspetto strano, quando ha forma umana, ingenuo, almeno in apparenza, ma letale (da buon lupo) e padre perfetto, sempre da buon lupo, non solo per lupacchiotti, ma per ogni essere che gli sia affidato. Sarebbe l’uomo dei miei sogni, peccato che non sia un uomo, che sfiga!
Joelle: eh, Jo… la donna, dicono, più bella della Valdombra. E luminosa, non dimentichiamolo. Misteriosa, spesso caustica, in realtà leale, profonda, saggia. Ma forse troppo misteriosa perché certe cose di lei si notino. Molto protettiva nei confronti della cugina Eva.
Mirko: si dice che il nome Mirko, che deriva dallo slavo Miroslav, indichi persone allegre, capaci di trovare il lato divertente in ogni cosa, sempre di buonumore. E Mirko è così.
Loro sono personaggi ricorrenti nei libri sulla Valdombra, invece nella Raganella troviamo, appunto, Lily. Lily è… quella intelligente. Minuta, dotata di una grande ironia, guarda il mondo con eterno stupore. Geniale, magica, ha la capacità di parlare con gli alberi e c’è un motivo preciso, anche se dovremmo saperlo fare tutti. Per buona parte del libro soffre di mancanza di autostima dovuta alla sua “inesistente statura” e al fatto che il fidanzato l’abbia mollata per una hostess ucraina di un metro e ottanta con la quinta di reggiseno.
Il Geometra: sicuramente ricchissimo, possiede una concessione diamantifera in Australia, una miniera di opali, sempre in Australia, l’esclusiva per commercio e importazione di perle delle Fiji. Sembra uscito da un racconto di Dickens, un po’ fuori dal tempo, molto paterno, paziente, saggio. Sa molto più di quanto sembri.
Thea: Lei è quella bella, senza dubbio. Una bellezza alla Grace Kelly o alla Virna Lisi, ecco.
Determinata, di gran classe, con aspetti inaspettati, mi si perdoni il gioco di parole, che la rendono buffa, come la sua fissazione per l’orsa. Ha una grande lungimiranza e saggezza pratica.
E poi un personaggio che adoro, il papà di Lily e Thea: un metro e novanta di animo puro, botanico sognatore, goloso come un bambino e con la capacità di accettare le cose più incredibili con un “poffarbacco!”.
Mi fermo, altrimenti non finiamo più, ecco, solo una parola su mamma Dalia: sembra essere l’unica “normale” della famiglia, non si è neppure accorta che Jo brilla.
Nel tuo romanzo affronti diverse tematiche: pietre, gemme e minerali, piante e biologia vegetale e gatti. Perché hai scelto di parlarne?
Sono le cose della mia vita. Vengo da Scienze Forestali, ma ho sentito dall’asilo una grande rabbia quando mi dicevano che le piante vegetano e basta. Sono stata al settimo cielo quando ho scoperto gli studi di Backster, anche se sono molto superati oggi, e oggi, per quanto materia per pochi, esiste neurobiologia vegetale.
I gatti, beh, ho vissuto tutta la vita con qualche gatto e nei miei romanzi c’è sempre un gatto, a parte un paio di Space Opera in cui (per ora) non sono contemplati.
A proposito di mineralogia: nella prima parte del libro Lily trascorre del tempo all’Expo. Descrivi la sua esperienza e quell’ambiente lavorativo perfettamente. Hai mai avuto occasione di vivere l’Expo di persona?
Ho vissuto nelle fiere dei minerali tutta la vita, almeno fino a qualche anno fa. Ho lavorato per un ragioniere che possedeva miniere di diamanti australiani e opali, concessioni di perle delle Fiji e per anni ho lavorato nel settore delle energie, insomma, quella roba che banalmente viene classificata come cristalloterapia. Ma in modo serio, non come si vede in giro adesso, nell’epoca del “tutto subito, tutto facile, tutto superficiale”.
Qual è stata l’ispirazione che ti ha portato a scrivere questo romanzo?
In genere non sono io a pensare alle storie, sono i personaggi e le storie a venire da me.
In ogni caso, il personaggio di Lily si manifesta alla fine de Il Dono, quando Eva scopre di aver avuto una gemella vissuta per meno di ventiquattro ore e… no, beh, niente. Leggete il libro, che diamine!
Leggendo il libro mi sono posta una domanda: come mai è così importante il fatto che Lily soffra di mal di piedi?
In realtà lei non ne ha mai veramente sofferto, ne soffre improvvisamente dopo l’incontro con la ragazzina misteriosa in aereo. Nora le dice poche frasi che però la mettono di fronte ai condizionamenti di cui soffre, che la legano a convenzioni e idee che non le appartengono, compresa la famosa mancanza di autostima per ragioni del tutto stupide, come la statura, il fidanzato str**, il vergognarsi perché ha voluto laurearsi in neurobiologia vegetale.
I piedi sono il nostro percorrere la vita e ci sostengono. Nello Shivaismo (ma non solo) c’è una credenza simpatica secondo cui l’ego si manifesta attraverso i piedi. Nel Siddha Yoga si dice che, quando distruggi in fretta le scarpe, stai bruciando ego. Il dolore è sicuramente reale, ma è anche una manifestazione di trasformazione che sta già avvenendo in Lily prima che ne sia cosciente. Lei detesta i tacchi, ma non ha mai avuto il coraggio di lasciarli, perché la consuetudine dice che è bassa e deve usare i tacchi, o non varrà niente. Quando li lascia, vediamo che lascia andare un sacco di altre cose (tra cui l’ex fidanzato).
I sogni di Lily sono molto importanti e talmente reali da permetterle di viaggiare e conoscere mondi sconosciuti. Quanto sono importanti per te i sogni?
Si dice che i sogni siano il potere più importante di streghe/stregoni o sha (non uso la parola finta sciamano, inventata dagli antropologi anglosassoni. Il termine siberiano è Sha). Attraverso i sogni si viaggia in mondi e dimensioni, si acquisiscono conoscenze e potere. Cioè, si dovrebbe, a noi non succede perché siamo troppo frammentati, a me ormai succede poco perché posso dormire pochissimo e male, per un problema di salute.
Molti anni fa, durante alcuni seminari con altri ragazzi, ci era stata detta la nostra capacità più importante. A me avevano detto “Sogni” e io ci ero rimasta malissimo, all’epoca: mi sembrava di una banalità terribile e inutile. Poi ho capito, un po’ alla volta, che così non era.

Oltre a “Il canto della raganella” hai già scritto altri libri. Puoi raccontarmi di cosa parlano e a quale sei più legata?
Ne ho una decina pubblicati. Oddio, che domanda difficile! Come dire quale dei tuoi figli è il preferito… Ne Il Dono ci sono dentro io, come dicevamo. Scrivendolo osservavo me stessa e mi interfacciavo con cose della mia vita da un punto di vista quasi esterno, per cui mi si rivelavano. È stata un po’ un’autoterapia.
Poi c’è Origini che per me è importantissimo perché è un racconto lungo nato in un pomeriggio. Ero molto arrabbiata per una ricerca che i vari istituti di ricerca di vita nel Cosmo stanno facendo in giro per il mondo. Gli scienziati sono convinti che, per trovare tracce di vita, si debba cercare l’inquinamento o qualcosa di simile, come sfere di Dyson, in quanto popolazioni evolute sicuramente inquinano e necessitano di una enorme quantità di energia. E no! Ho mostrato due diverse forme di evoluzione, quella parassita (nostra) e quella simbionte. E soprattutto non sopporto l’ipocrisia pseudo ecologista: dobbiamo salvare la Terra perché non ne abbiamo un’altra, dobbiamo salvare la Terra per lasciare qualcosa ai nostri figli. Niente niente opportunisti, direi! È una mentalità che non sopporto! La popolazione di Origini e de La Cerva è innamorata dei Mondi viventi e basta, senza secondi fini, tanto da quasi lasciarsi morire con il suo pianeta, quando il suo sole sta per trasformarsi in gigante rossa.
E poi la mia opera più imponente e importante, mai capita, purtroppo, è Come Polvere nel Deserto. È controstoria, c’è dentro davvero tanta roba, attraversa gialli storici ed errori di prospettiva, ma chi lo legge si entusiasma per una storia d’amore. Che è una roba ben diversa dal normale e non è quello il punto, comunque! Sogno che Polvere vada in giro per il mondo a risvegliar coscienze e mi trovo recensioni con “Oddiooo, come mi piace l’Egitto!”, oppure: “Uuuh, come amo quel faraone!” mentre nel libro si vede una realtà dura, per niente esaltante, di perversioni, incesti di stato, tradimenti e amenità del genere. Polvere stravolge credenze anche nel medio evo britannico, per esempio, ma pare che nessuno faccia caso a quella parte. Mi rattrista molto, questo. Già solo l’ultima pagina (di cui un paio di volte Lily, senza saperlo, fa una citazione) dovrebbe far riflettere di brutto.
Hai frequentato una scuola/accademia di scrittura o sei una scrittrice autodidatta?
Entrambi i miei genitori lavoravano nell’editoria, come rilegatori, per cui i libri arrivavano a casa quotidianamente. Mio papà ha scritto per anni per la Rivista della Montagna e poi per la Rivista del CAI e ha poi scritto due libri di montagna e uno sugli IMI, i deportati militari in Germania nella seconda guerra mondiale. Da piccola non riuscivo a concepire una vita senza libri. E poi… mah, sono arrivate le storie mie.
Non ho proprio frequentato scuole o accademie, più che altro non me le potevo permettere, molto banalmente. Però faccio il mestiere giusto per imparare, direi.
Chi è la prima persona a cui fai leggere ciò che scrivi?
Un paio di amiche, ma non sempre. Ho un’amica che legge le mie cose e fa un sacco il tifo per me, anche se ora con lavoro e marmocchio è superimpegnata. Però legge quasi sempre dopo la pubblicazione. I miei due gatti, loro leggono e correggono. Sono molto critici e severi.
C’è uno scrittore o una scrittrice che ammiri e al quale/alla quale ti ispiri?
Che ammiro molti, ispirarmi non saprei, però quando ero molto piccola, una mia zia mi leggeva sempre i libri di Wodehouse. Ero innamorata del personaggio di Jeeves e, in questi ultimi anni, ho scoperto di aver in qualche modo metabolizzato lo humor inglese di Wodehouse. Poi, una volta, un’amica mi ha detto che in un racconto c’era un dialogo che sembrava di Terry Pratchett. E, beh, Pratchett è divino! Ero in estasi. Alle medie leggevo Tolstoj, poi sono passata a Kawabata e poi, stufa della depressione nipponica, ho conosciuto Paasilinna e lì, è stato un colpo di fulmine.
Fuori dal mio genere mi piace molto la Kinsella, sia come Kinsella che come Madeleine Wickham. Adoro Richard Bach.
Qual è il tuo libro preferito in assoluto?
Ahi! Domanda da un milione di dollari! Beh, ne cito due: Il Profeta di Gibran e Bless me Ultima (La Magia di Ultima) di Rudolfo Anaya. Il suo incipit è, a mio parere, il più bello della letteratura.
Questo è un evento di Natale dedicato ai libri: che libro vorresti trovare sotto l’albero e quale, invece, faresti trovare a qualcun altro?
Non troverò nulla sotto l’albero, non ho nemmeno più l’albero. Non esiste più Natale, per me, da un paio di anni, ma non è questo il posto in cui parlarne.
Quale vorrei far trovare ad altri, beh… Come Polvere nel Deserto e Il Canto della Raganella.
Ma poi, va a persona, per ognuno c’è il libro adatto. Avrei voluto che mio papà avesse letto almeno uno dei miei libri, ma ha letto solo ventotto pagine di Polvere e poi lo ha lasciato lì.
Ero così felice quando lo ha preso in mano, ma poi… niente.
Hai già un nuovo libro in cantiere? Se sì, potresti anticiparmi qualcosa?
Più di uno, ma con il lavoro non so mica… Uno è il terzo volume delle Cronache dell’Esodo, quello di Origini e La Cerva. Si svolge nello spazio, vent’anni circa dopo la partenza dal pianeta Mur. È molto introspettivo, doloroso, mostra il dolore e lo smarrimento dei giovani nati nello spazio per non avere connessione con un pianeta e un sole. Arrivano alla pazzia, a non credere che il loro viaggio sia diretto verso un nuovo mondo, pensano viaggeranno in eterno nel nulla.
Poi, iniziato nel 2016 (sigh!) L’Oro di LahMur, anche questo dovrebbe essere una serie, che ha la sua base in Origini, ma, santo cielo, chissà quando riuscirò a portarlo avanti!
Infine un paio di manuali sulle pietre: uno di esercizi e meditazioni, l’altro… ho preso una fregatura un anno fa. Ho scritto come coautrice, ma il tipo che ha il nome in copertina con me, e che non ha scritto una sola parola, è andato in giro a dire di avermi pagato tutti i diritti d’autore prima ancora che il libro uscisse e quindi di essere proprietario dei contenuti e di non dovermi neppure niente. In realtà aveva pagato solo l’impaginazione e la copertina, ma io sono scema e non ho fatto un contratto scritto, quindi ora ha in mano la faccenda il mio avvocato e non posso usare i miei contenuti, per ora. È una brutta storia, erano persone che consideravo quasi come una famiglia, si sono comportati non male, di più, è una cosa vergognosa e scioccante. Spero solo di riuscire a riavere la proprietà totale dell’opera, anche se l’ho depositata come mia all’80%, giusto per fare un favore al tizio e lasciargli un 20% che in realtà non avrebbe avuto. Niente, sono una frana. È una cosa che avrebbe fatto Lily, questa, di fidarsi. Solo che lei ha Vehar che può correre in suo aiuto, io no!
Ringrazio Susanna per quesa piacevole intervista e vi lascio il link da cui potete acquistare “Il Canto della Raganella”
